Gluc!
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Gluc!

Ho parlato spesso del gioco e di come questo possa essere peculiare in tanti bambini autistici. Io stessa ho messo in fila, catalogato, collezionato l’improbabile da piccola e mi ritrovavo a fare delle cose che spesso non venivano comprese o ritenute classificabili come “gioco”.

Per me però era giocare eccome!

Allo stesso modo, “l’improbabile” ha caratterizzato anche il gioco dei miei figli e spesso leggo di altrettanti improbabili comportamenti che io definirei gioco senza ombra di dubbio, ma che non essendo immediatamente comprensibili per finalità, scopi e strumenti utilizzati, per molti non lo sono affatto.

È il caso dell’acqua:

Tutti i bambini giocano con l’acqua, a chi non è capitato?

Diverso, è quando l’acqua ti incanti a guardarla e la guarderesti scorrere per ore. Lo scintillio emesso alla luce del sole, il modo in cui si infrange lungo gli ostacoli che incontra, il rumore che fa quando scorre o quando la colpisci con la mano aperta, i cerchi che si allargano dopo che ci hai tirato una pietra dentro: dove arrivano, quanto tempo ci mettono per arrivarci, le forme che creano…

Puoi fermarti affascinata per ore ad osservare queste cose, dimenticandoti del mondo e di tutto quello che ti sta attorno, che dovresti fare o che le convenzioni sociali dicono sia giusto tu faccia. Ovvero interagire con gli altri bimbi, salutare, ascoltare la mamma o i nonni…

Bazzecole!

[Descrizione gif: animazione di sasso che precipita in acqua e fa “gluc”]

Molto meglio lasciarti trasportare nell’osservazione.

Una vecchia barzelletta che prendeva in giro la “poca voglia di lavorare” di alcune persone, le definiva “glucchisti” che sono quelli la cui occupazione principale è quella di gettare sassi dentro l’acqua, facendogli fare quel rumore caratteristico: “gluc”.

Non fanno null’altro i glucchisti, non sono attenti a quello che gli succede intorno, e nemmeno ne hanno voglia.

Se fosse un mestiere riconosciuto lo vorrei fare di sicuro. Magari ci si potrebbe pure inventare una di quelle qualifiche stronze da scrivere su Linkedin: “glucchist manager” o che ne so scriverci un trattato

[Descrizione: illustrazione di libro su sfondo giallo. La copertina del libro dice: “filosofia del glucchismo”]

Sono una glucchista da sempre, eppure, la voglia di lavorare non mi manca e posso farlo per ore quando le mie caratteristiche vengono rispettate e valorizzate. Perché se una cosa mi piace e mi appassiona, diventa quasi una missione di vita per me.

Di contro, quando tutto intorno mi spaventa, fa sentire inadeguata, è difficile da comprendere, affrontare, sopportare… quanto tornerei volentieri pure io a far fare “gluc” ai sassi dentro a uno stagno! Per vedere quanti rimbalzi posso fare con una pietra e quanto posso farla arrivare lontano.

Un piccolo “glucchista” dimentico di tutto il resto, lo riterrebbe ben più importante, valido, divertente, interessante, di quello che gli venga proposto in alternativa o che dovrebbe fare. Questo può accomunare tanti bambini che se la cavano con una sgridata il più delle volte, ma se sei autistico ancora una volta, diventa un comportamento problema da estinguere e da reindirizzare. Si sfrutterà tutt’al più il tuo “interesse assorbente” per l’acqua per farti fare o non fare qualcosa, fino a quando “gluc” non lo fai più non perché hai interiorizzato il fatto che stai trascurando altro, ma perché finisci con l’odiarlo.

Si, ci sono cose che dobbiamo fare, cose che vanno insegnate, regole che sono necessarie e utili per la vita propria e per il rispetto altrui. Impararle, significa “impartire un’educazione” e sarebbe opportuno la ricevessimo tutti quanti, a prescindere dal funzionamento neurologico.

[Descrizione immagine:una strada che si biforca in un bivio in mezzo ad un prato. Ci sono due frecce: quella che indica a destra dice “responsabilities”, quella di sinistra dice “glucchism”]

Ognuno con le sue modalità però, tenendo sempre ben presenti le caratteristiche, esigenze e le inclinazioni delle persone. Come del resto, dovremmo fare sempre, a maggior ragione per le persone autistiche che hanno anche un modello di sviluppo differente.

Ostacolare alcuni schemi di gioco, solo perché non conformi, solo perché “strani”, solo perché distolgono da altro senza chiedersi perché diventino così totalizzanti a volte, non aiuterà a ridurne la frequenza anzi, potrebbe aumentarla per assurdo.

Forse, ogni tanto ci si potrebbe pure mettere insieme a fare ste “cose strane”, magari rimarranno strane (mica ci piacciono a tutti le stesse cose), o magari no.

Forse non ha senso chiedersi un perché per tutto quanto o cercarci un senso quando noi non ce lo vediamo affatto. Magari è solo divertente, interessante, alimenta dubbi e domande, affascina, fa sognare, che sono tutte cose che stimolano la curiosità e quindi l’apprendimento.

Non tutti pensiamo allo stesso modo, non ci piacciono le stesse cose, abbiamo priorità diverse, un modo di “funzionare” diverso.

Non sto suggerendo di far crescere le persone allo stato brad-ipo, nemmeno di incoraggiare e lasciare sempre spazio a ciò che diventi totalizzante. Non è il mio intento e nemmeno mi compete sostiuirmi a qualcun altro. Ma penso che:

Se invece di chiederci “perché fa questo, perché fa quello”, con l’intento di limitarlo o sopprimerlo e basta, ci fermassimo a capire che abbiamo davanti un bambino che gioca (anche) con gli stimoli che lo affascinano perché questa cosa lə fa stare bene, perché ha una funzione per ləi, prendendo atto che essendo autistico fa esperienza delle cose in un modo diverso (non sbagliato), forse vivremmo tutti con meno ansie.

[Descrizione gif: Corrado Guzzanti interpreta il suo personaggio più spassoso “Vulvia”. Dice: “sapevatelo! su rieducational channel!”]

Fa le cose come un autistico? Si comporta come un autistico? Gioca come un autistico? È autistico! Su rieducational channel!

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Scritto da Tiziana - Maggio 9, 2022 - 431 Views

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