Privilegi
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Privilegi

Chiedermi il perché delle cose è uno dei miei interessi assorbenti più totalizzanti. Posso mettermi per ore, giorni, anni ad analizzare una situazione, il comportamento di una o più persone senza venirne a capo spesso. E senza per questo smettere, perché deve esserci una ragione per tutto. Mi serve saperlo per vivere meglio e per provare a me stessa che alcune cose si possono cambiare e che non sarà sempre tutto uguale, ma è solo questione di tempo.

Nelle scorse settimane, questa domanda ha ricominciato a mulinare dentro la mia testa come un turbine. Poi si è fatta più pressante proprio in questi ultimi giorni, complici anche i recenti fatti di cronaca. Tanto che il rumore di rotelle si è rivelato insopportabile da gestire ad un certo punto. Ma sono arrivata ad alcune risposte che magari non saranno definitive, ma che almeno mi danno una direzione da seguire.

Mi domandavo:

Perché ci ritroviamo ancora a spiegare cose che ormai dovrebbero essere ovvie e sentiamo in risposta gente che vuole spiegarti cosa dovresti sentire, di cosa dovresti parlare, come dovresti dirlo, che parole usare o se in realtà tu ce l’abbia per davvero questo diritto di parlare?

Perché questo diritto se lo arrogano in tanti e nessuno glielo nega (anzi), ma guarda un po’ a non averlo va a finire che forse è proprio chi sperimenta le cose sulla propria pelle.

Non sto parlando solo di autismo, sto parlando di tutte quelle condizioni che non sperimentiamo in prima persona, ma nei quali gli altri sono immersi da tutta una vita. Che si parli di questioni di genere, orientamento sessuale, disabilità, origini, colore della pelle… in ogni caso c’è sempre qualcuno a dire:

“Te lo spiego io!”

In mezzo al mare di opinioni di cui nessuno sentiva la necessità, ci sono persone che sembrano non vedere le difficoltà degli altri. È l’unica spiegazione possibile. Altrimenti perché ti arrogheresti il diritto di decidere quali parole siano più o meno offensive per chi vive una condizione che tu non vivi ed evidentemente non conosci?

Peggy McIntosh, nel suo saggio “White Privilege: Unpacking the Invisible Knapsack” and “Some Notes for Facilitators” definisce il privilegio bianco come uno zaino invisibile e impercettibile, carico di benefit che di fatto non ci si è guadagnati, ma su cui si può contare ogni giorno solo perché parte di una particolare fetta di popolazione.

[Descrizione immagine: zainetto trasparente su sfondo azzurro. Una scritta recita: “Peggy McIntosh descrive il privilegio bianco, come uno zaino invisibile che non posso vedere o sentire sulla schiena, carico di un pacchetto di beni che non ho guadagnato, ma su cui posso contare ogni giorno.”]

Si parla di “privilegio bianco” in questo caso, quindi il vantaggio che deriva dall’avere la pelle bianca. Ma può essere declinato in diversi altri ambiti: disabilità, orientamento sessuale, provenienza, religione, neurologia…

Tutti potremmo avere privilegi dei quali siamo inconsapevoli, e ritrovarci a pensare di esserci sempre comportati bene, non adottando comportamenti apertamente discriminatori. Di fatto però, potremmo averli adottati senza rendercene neanche conto, proprio per via di quello zaino lì. Questo mi ha fatto pensare a tutti i privilegi di cui godo in prima persona e di tutte le volte in cui io possa aver fatto degli errori in passato. Penso che tutti quanti possiamo enumerarne diversi. Qui trovate l’elenco della stessa McIntosh (è in inglese ma c’è santo google translator), vi rimando quindi all’articolo per ulteriori approfondimenti, ma…

Come si fa a superare questa cosa?

Intanto penso che rendersene conto sia il primo passo. Poi visto che non ce lo possiamo togliere (anche volendo) sto zainetto, possiamo provare ad usare i vantaggi che ne derivano per smontare questo sistema. Non è facile e non è breve, ma l’idea che delle soluzioni ci siano, mi da appunto una direzione.

Quindi prima di decidere le parole che dovrebbero offendere e chi, forse ci si dovrebbe chiedere:

ma io mi offenderei?

Sono sicura che messa così in tanti si possano rendere conto di quanto siano dolorose certe prese di posizione. Se poi tu in prima persona ti offenderesti e nonostante questo ugualmente ti arroghi il diritto di decidere per qualcun altro, allora prova a chiederti:

Ma io, sono unə stronzə?

Visto che conoscere il più possibile è l’antidoto per non diventare come il tizio di cui sopra, vi consiglio l’ultimo libro di Fabrizio Acanfora “In altre parole – Dizionario minimo di diversità” di effequ. Davvero una lettura fondamentale. Qui potete ordinare il libro:

Se voleste farvi un’idea, qui ne parla in una diretta con Immanuel Casto:

E questo è un post che ho letto nei giorni scorsi e che sposo in toto:

https://www.facebook.com/146580805385468/posts/4029686553741521/?_rdc=1&_rdr

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Scritto da Tiziana - Maggio 4, 2021 - 486 Views

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