L’infinito è un otto che è scivolato su una buccia di banana
Le Cronache del Bradipo

L’infinito è un otto che è scivolato su una buccia di banana

Guardo fuori dalle vetrine del bar. Vecchietti con gli occhiali da sole ai tavolini, osservano il “passeggio”. Mattinata di primavera, tempo mite, cielo sereno e temperatura ideale. Con le giacche a due bottoni, si aggiustano la coppola sulla testa, rivelando lo sbrilluccichio della pelata.

Tira una leggera brezza, molto piacevole. Pago il caffè ed esco fuori, indossando gli occhiali da sole, comincio a passeggiare. Ho le cuffie alle orecchie, la musica mi abbraccia, mi viene sempre in soccorso quando nessun altro lo fa. È la mia più cara amica la musica. Piano piano il senso di inquietudine, l’ansia e la rabbia si dileguano. Le note dentro alle orecchie, la macchina fotografica nella tasca della giacca leggera di cotone. È una digitale, piccola, discreta. Quello che ci vuole per immortalare ritratti di persone senza essere notata. I visi degli anziani seduti al tavolino sono interessanti. Solcati da rughe, scavate dal sole. Agricoltori o forse pescatori. In un paese collinare, sul mare, potrebbero essere entrambe le cose. Le mani sono grandi, dalla pelle spessa, tozze, macchiate dal lavoro. Queste sono le persone che mi piace guardare. Certe volte vorrei essere invisibile per osservare senza essere vista, senza imbarazzo reciproco. Cogliere le espressioni più segrete, non i segreti, solo le espressioni. Per poter indovinare le storie, per poter intravedere le anime in uno sguardo. Quando nessuno ti guarda o non pensi di essere visto, esce fuori la verità.

Uno dei vecchietti tossisce. Hanno visto che scattavo e adesso sono a disagio. Mi spiace, mi sento quasi una ladra. Una ladra di segreti inespressi. Ripongo la macchinetta dentro alla tasca e riprendo a camminare. Imbocco tutte le vie strette che trovo e più sono strette, più ne sono affascinata. I muri grezzi, scrostati, intonacati di bianco, macchiati dal sole e dalla pioggia. Le porte vecchie, strati e strati di vernice sfogliata, chiodi attaccati dalla ruggine. Le porte sono bellissime, più sono vecchie e malmesse, più sono belle. Quelle con i vecchi battiporta arrugginiti e che nessuno ha mai usato. Quelle a quadrettoni dipinte di colori diversi, quelle bruciacchiate dal sole e aggredite dal vento caldo. Promettono di schiudersi al viandante stanco. Cariche di vite nascoste, di fatiche, dolori, amore, speranza. Sono un invito ad aprirle, una possibilità a portata di maniglia.

Impalcature sgangherate sorreggono pareti malferme. Si direbbe pronte a crollare al primo battito d’ali di una farfalla. A giudicare dalla ruggine stanno lì da un bel po’, occupando tutto lo scarno marciapiedi e nascondendo alla vista i decori barocchi del cadente balcone, puntellato molto alla buona. Evito di passare sotto a quell’ammasso di shanghai pericolante. Mi addentro ancora per piccole stradine. Una vecchietta esce incuriosita, facendo finta di annaffiare le piante nei vasi che occupano tutto il marciapiede antistante. Mi guarda di sottecchi interrogandosi. Un gatto sbuca da sotto una macchina lì parcheggiata, miagolando chiede qualche avanzo. Lei paziente gli porge un piatto di plastica con degli spaghetti. Dietro l’angolo, un cagnolino minuscolo legato al piede di una sedia di legno, comincia ad abbaiare, non so se a me o al gatto. Lo guardo sorridendo e proseguo oltre. Le porte al pianterreno sono aperte e le tende svolazzano, lasciando intravedere gli interni spartani delle case. Macchine da cucire aperte, tovaglie a fiori sui tavoli, poltrone sdraio, tv accese e qualche rivista abbandonata sul tavolino da caffè.

Salgo e scendo per quel gomitolo di vie. Non si vedono molti turisti in questo periodo, si nota da come mi guardano. Le strade lastricate di pietra irregolare risuonano sotto le suole di gomma consumata ed indurita. Le mie scarpe preferite, sono delle vecchie scarpe da corsa ormai logore e con parecchi chilometri all’attivo, il battistrada è liscio e fa quasi rumore di cuoio. Ma sono comode, la tomaia è morbida i lacci non stringono. Ogni tanto rischio di scivolare, ma ci sto attenta. Non mi piace fare spese e non mi piacciono le scarpe nuove. Scomode, troppo pulite e senza personalità. Ci metti degli anni per procurargliene una e non è un processo indolore.

Alla fine del viottolo che sto percorrendo, un arco seminascosto da una brusca curva a sinistra, introduce ad una piazza ottagonale. La chiesa madre, pareti di tufo appena restaurate, lampioni a delimitare il perimetro della piazza e dietro il colonnato esposto al sole, una terrazza affacciata sul mare. Mamme sedute sulle panchine, con papà che tallonano da vicino bimbi claudicanti ai primi passi. Il sole tiepido accarezza il viso, ferisce gli occhi e illumina le foglie degli alberi tra una panchina e l’altra. Le foglie si muovono emettendo un flebile fruscio. È come se applaudissero sommessamente al panorama. Percorro la terrazza guardando il blu di mare e cielo che si stringono la mano all’orizzonte confondendosi. La giornata è così tersa che si distinguono chiaramente le sagome di alcune delle isole Eolie. È come se fossero a pochi metri, come se potessi arrivarci a nuoto. Il mare si increspa appena appena seguendo il vento leggero. Danzando avanti e indietro lungo il bagnasciuga, lascia una schiuma che sparisce un istante dopo che l’onda si è ritirata. Per raggiungere la spiaggia, un sentiero tra gli alberi. Lo imbocco e cammino in discesa. Poi dei gradini. Ne scendo tre rampe e sono su di un’altra terrazza, ricoperta di pietra chiara. Brilla al sole, un solarium perfetto. Immagino sotto al sole d’agosto quanto sia inavvicinabile questo posto. Mi rallegro di essere solo alla fine di aprile e proseguo verso l’ultima scalinata che mi separa dalla spiaggia di sabbia e ciottoli.  Piccoli piccoli a riva e sempre più grandi man mano che ci si allontana dal bagnasciuga. Percossi dalle onde, emettono uno stridio acuto. Il vento mi scompiglia i capelli, già perennemente spettinati. Stringo la sciarpa di cotone attorno al collo e avanzo verso la riva. Un sasso grande, piatto e beige mi serve da sedile. È poroso, con tracce di sale e per nulla comodo. Mi siedo ad osservare le onde. Qualche temerario azzarda il primo bagno fuori stagione. Qualcun altro, cammina a piedi nudi con i jeans tirati su, passeggiando con le caviglie a mollo. Bimbi giocano a lanciare sassi lungo le onde facendo a gara a chi fa più rimbalzi. Più in là liti di fratelli che rivaleggiano per ottenere l’attenzione della mamma o di papà. Innamorati che si stringono, unendo le labbra, le braccia, le mani, le lingue. Nonne scandalizzate dall’audacia delle giovani e impazienti dita, tirano indietro gli incuriositi nipotini che sghignazzando dicono

“che schifo si baciano!”

Prendo dallo zainetto il pennarello indelebile che ho portato con me. Afferro un paio di sassi e scrivo su ognuno una frase.

“crescere significa ubbidire alla legge di gravità” (1)

“Le vette cercano gli abissi” (2)

(1 – 2) James Hilman – Il codice dell’anima                                                                                                                    

Poi li lancio ad un paio di metri più in là. Mi piace lasciare pezzi di puzzle che qualcuno raccoglierà, aiutando a districare qualche nodo antico. Come mi piace raccogliere casualità in giro, da ogni fonte, la tv, i libri che leggo, i discorsi della gente per strada, la musica, uno sguardo. Sono tutti pezzi di puzzle lasciati lì da qualcun altro per chi sia attento a saperli vedere ed utilizzare nel modo giusto.

Prendo la macchinetta fotografica dalla tasca, scatto verso i gabbiani che passeggiano indomiti tra la gente. Manco per un pelo il furto della merenda ai danni di un bambino. Che sfiga!

Cammino e sotto al mio peso i sassi crepitano scoppiettando come legna dentro ad un camino. Mi avvio verso la torre di avvistamento appena restaurata lì ad una decina di metri. I resti di mura di epoca romana completamente coperti dalle erbacce, lasciano spazio alla torre alta un paio di piani. La porta è aperta. Entro, l’aria è fresca. Ho bisogno di un po’ per abituarmi all’oscurità. Al secondo piano lungo qualche gradino in pietra consumata dal tempo, si trova una ampia finestra. Dà sul mare, incorniciandolo. Mi affaccio contemplando l’opera. C’è silenzio, rumore di vento, profumo di mare. Sento soltanto adesso il sale sul viso e la pelle scottare per un inizio di abbronzatura primaverile. A quattro metri dalla riva, una piccola pozza naturale rinchiusa tra scogli frastagliati e un bimbo a piedi nudi, che cerca di scovare un granchio sfuggito appena in tempo al suo agguato. Altri bimbi accorrono, sperando di stanarlo. Un’onda un po’ più alta e i pantaloni appena sopra le caviglie si inzuppano, lasciando i bimbi infreddoliti, correre incontro a mamme sbraitanti.

Si approssimano dei passi all’ingresso. Mi scuoto, scostandomi dalla finestra, lascio libero il paesaggio per altri osservatori sopraggiunti alle mie spalle. Ragazzi si apostrofano scherzando con appellativi poco lusinghieri, spintonandosi contro le pareti. Rollano una canna incuranti della mia presenza. Ridiscendo gli scalini e mi ritrovo fuori, indossando gli occhiali da sole, accecata per l’improvviso ritorno alla luce. Mi avvio stando ben attenta a non incespicare sui sassi. Piccoli e molesti, rendono claudicante l’andatura. Strano che una cosa insignificante come un sasso, possa mettere tanto in difficoltà. Come una discussione, all’inizio innocente, che si trascina e diventa enorme. Come le verità occultate lungo la strada, sembrano prive di peso, ma finiscono per influenzarti la vita. Come i troppi si che ti ritrovi a dire quasi senza pensare, per non perdere qualcuno e che ti travolgono in un interminabile effetto a catena. Mi scuoto per non tornare a rimuginare, come la scorsa notte.

“Sassi maledetti!”

penso, inciampando ad ogni passo

La mia playlist degli Air finisce e ricomincia:

“All I need is a little time

To get behind this sun and cast my weight

All I need is a peace of this mind

Then I can celebrate…” (1)

(1)Air – All I need (Moon Safari)

Air – All I need

Non mi stanco mai di ascoltarla. Di continuo. Posso ascoltare la stessa musica, ancora e ancora. Anche un solo pezzo. All’infinito, senza mai stufarmi. Il concetto stesso di infinito con la musica che mi colpisce, perde di significato.

Seleziono l’ascolto ripetuto per la traccia. Pensando all’infinito, inclino automaticamente la testa da un lato visualizzando un otto scivolato su una buccia di banana.

Sorrido.

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Scritto da Tiziana - Giugno 23, 2019 - 130 Views

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