Il capo dei ridicoli
Le Cronache del Bradipo

Il capo dei ridicoli

A mattina, mi sveglio col naso congelato.

Ma ero davvero in antartide stanotte?

Mi chiedo, riempendo la tazza di cereali e yogurt. Stringo la caffettiera e la metto sul fuoco, stando ad osservare il caffè che comincia ad uscire gorgogliando. La cucina si riempie dell’aroma del mio decaffeinato. Non mi sveglia, ma mi consola. Consumo in fretta la colazione, sbirciando le notifiche sul cellulare, poi passo a lavarmi. I vestiti li ho già pronti ai piedi del letto, sempre jeans e maglia di una qualche tonalità di blu. Afferro il mio misterioso manuale e lo ripongo dentro allo zaino. Musica nelle orecchie, occhiali da sole e via ad affrontare il traffico impazzito di un mercoledì mattina qualunque. Camminando, il libro fa su e giù tra gli oggetti contenuti nel mio zaino, alimentando la mia curiosità.

Perché devo andare al lavoro? Potrei simulare un qualche malessere, rimanermene a casa e finirlo nel giro di una mattinata.

Ma non posso. Sono un bradipo coscienzioso e responsabile, maledizione!

Brad Ancielo
[Descrizione immagine: illustrazione raffigurante tipico Bradipo coscienzioso e responsabile, con ali e aureola]

Mi attende la consueta nube d’ansia al mio arrivo. Il capo, ha già varcato la soglia e messo in riga un paio di colleghi che si aggirano per l’ufficio con l’aria sconsolata, di chi vorrebbe già tornarsene a casa, anche se è appena arrivato.

Non sono in ritardo? No vero? Vero?

Controllo l’orario al cellulare, quando arriva il mastino a cazziarmi, perché:

lui non ci paga per oziare al telefono!

Sono ben due minuti in anticipo! – penso – questo è il mio tempo per oziare. Mio! Due minuti, due minuti tutti miei e nessuno potrà togliermeli!

Un giorno o l’altro devo esternare questi pensieri, credo che l’aria si alleggerirebbe un tantino.

Mi metto a sedere al mio posto, recupero il faldone di documenti al quale stavo lavorando ieri.

Cazzo quanto è pesante, brucerei tutto. Così mi riscaldo il naso, che è ancora congelato.

Mi scappa una risatina, immaginandomi ad alimentare un falò con tutte le fatture e le bolle di accompagnamento del faldone per provare a farci dei segnali di fumo.

Bradipi a raccolta!

La mia collega, vicina di cubicolo, si accorge della mia malcelata allegria e mi domanda che cosa abbia mai da ridere.

Nulla di che, pensavo

A cosa?

Alla tribù dei piedi lenti

E perché farebbe ridere?

Niente, mi ha rovinato la poesia del momento. Svio maldestramente il discorso chiedendo di passarmi i punti per la cucitrice e mi metto a sedere al riparo delle scarne pareti del mio cubicolo.

Fort bradipo.

Penso sghignazzando

[descrizione immagine: locandina cinematografica di vecchio film di indiani e cowboy: “Fort Bradipo”]

Comincio ad inserire dati, mettendo ogni tanto la mano sullo zaino, per sentire con le dita la sagoma del mio tesssoro.

Cerco di concentrarmi, sperando che il tempo passi più in fretta.

Il tempo non esiste.” Cosa avrà voluto dire?

Guardo l’ora sul monitor del pc e no, purtroppo il tempo esiste. O almeno ne percepiamo gli effetti. Capelli che crescono, piante che sfioriscono, pile di fatture che si assottigliano, perché ne ho già caricate più della metà… Non ho mai fatto caso al tempo in realtà. Potrebbe anche non esistere per quanto mi riguarda. Potremmo tutti essere fermi ad osservare le cose che succedono come sullo schermo di un cinema. E potrebbe essere tutto ciò che ci sta intorno a muoversi, dandoci una fallace illusione di movimento. Ferma, per anni, decenni. Fossilizzata dentro convinzioni errate, dentro a questo cubicolo tenuto in piedi da non si sa che cosa, senza avanzare di un centimetro. È questa l’impressione che ho sempre avuto di me.

Tutti si muovono, sembrano evolvere, crescere, io mi percepisco sempre uguale…

Seguendo il flusso di pensieri inarrestabili, mi accorgo di aver fatto un casino, mentre andavo a briglia sciolte.

Porca miseria! Ricominciamo.

Il telefono continua a squillare e si crea il fuggi fuggi generale. Come sempre, a tutti scappa di andare a pisciare.

Addio concentrazione appena recuperata, devo rispondere.

Pronto buon giorno, è la Whalla Whalla Washington – dico con voce professionale. – si, glielo passo subito.

La moglie del capo, speriamo bene… Per fortuna niente grida, è andata per stavolta. Per il resto della mattina, per me il telefono non esiste, brutti stronzi incontinenti!

Riprendo a fatica da dove avevo interrotto e tra un po’ è pure pausa pranzo. Controllo nervosamente l’ora ogni due secondi.

Caspita non passa mai! In questo momento il tempo potrebbe non esistere davvero, per quanto è lento. – penso – eh no basta! Vedi di concentrarti, mannaggia!

Finito! Raccolgo le mie cose in fretta, salutando stentatamente tutto intorno e schizzo via come sempre alla velocità della luce.

Il bradipo mette il turbo per uscire da qui – penso ridacchiando.

[descrizione gif: scena tratta da uno dei film di Fantozzi. Quando finisce l’orario di lavoro e i dipendenti si scaraventano fuori dall’ufficio]

Effettivamente, sono simile ad un condannato scortato al patibolo, quando arrivo. L’allegria mi assale improvvisamente quando è l’ora di tagliare la corda. Ma non soltanto a me, ho notato. È una cosa che mi accomuna ai miei colleghi. L’unica cosa a dire il vero, per il resto non potremmo essere più diversi. Ci tengono tutti molto a ben figurare, a riuscire simpatici, a fare carriera… tutte cose che non ho mai considerato molto e se ci avessi provato, sono sicura che avrei fatto solo disastri.

Chi se ne frega della benevolenza, della carriera. Chi se ne frega! È solo un modo come un altro per guadagnare del denaro questo.

Certo non è un atteggiamento costruttivo, lo capisco. Si potrebbe obiettare che sia anzi controproducente e suicida. Ma non riesco ad aderire a nulla che mi risulti ridicolo. Ed è tutto estremamente ridicolo qui dentro. Anche io. Anzi penso di essere il capo dei ridicoli. Il mio guardare i tappeti quando mi parlano, l’ansia estrema solo per pronunciare una parola: “ciao”. Quattro lettere e un disagio infinito nell’articolarle. Il continuo sfuggire ad ogni attribuzione aggiuntiva di responsabilità, alle telefonate… Questo è l’atteggiamento di una persona che non ci tiene a durare all’interno del suo ambiente lavorativo. Posso solo immaginare come io venga vista dall’esterno.

Pigrizia? Indolenza? Arroganza? Presunzione? Non saprei. So solo che smetto di respirare quando entro e ricomincio appena fuori. Nella più grande apnea della storia conosciuta, cerco di sopravvivere senza riportare troppi danni. Mi sento molto un’incapace per tutto il tempo, mentre trattengo il respiro, cercando di attirare il meno possibile l’attenzione.

[descrizione gif: un uomo e una donna che parlano. A sinistra l’uomo trattiene il respiro, visibilmente paonazzo]

Il solito bar, entro ordino il mio solito panino, le solite dita tra i capelli. Come sempre, tutto come sempre. Rassicurante routine.

Il capo dei ridicoli, ma guardati. Penseranno che li prendi in giro! Fai sempre gli stessi gesti. Sforzati di esibire una diversa espressione del viso una volta tanto!

La signorina al banco mi guarda in modo strano come tutti i giorni. Mentre con gli altri scambia due chiacchiere di circostanza, sembra che non veda l’ora di sbarazzarsi di  me, come io di lei. Il terreno mi brucia sotto ai piedi e sto cominciando ad andare in apnea pure qua. Fino a quando il mio panino è pronto, lo afferro al volo, ho già pagato e schizzo via.

È la prima cosa che faccio, pagare. Mi sembra la cosa più corretta. Anche se tutti qui al sud , ordinano, consumano e poi con molta calma si recano alla cassa. No, io pago per prima cosa, così poi non devo trafficare con lo zaino e i soldi e il panino tutto in mano. Mi cadrebbe sicuramente qualcosa per terra e poi dovrei prendere un altro panino e mi guarderebbero ancora più straniti di come già fanno. E allora no, prima pagare, poi ordinare e uscire.

Ci son dei tavolini fuori dal bar, ho la tentazione di sedermi e mangiare comodamente, magari tirare fuori il mio manuale e riprendere da dove ho interrotto la scorsa notte. Ma c’è altra gente vicino, odio mangiare sotto allo sguardo altrui. Lo so che nessuno guarda me, ma so che ci sono e mi scoccia parecchio.

Allora faccio come tutti i giorni, mangio camminando. Non riesco a farne a meno. Non riesco ad interrompere le mie abitudini. Mi intrappolano, mi tengono come nella colla. Anche se sogno tante volte di farlo, nei miei momenti di svago dalla realtà, quando immagino di poter fare qualsiasi cosa: mi fermo a mangiare al tavolo, ordino anche un caffè, con la caffeina! E non mi sento la tachicardia dopo averlo bevuto. Leggo un buon libro e scambio due parole con la signorina al bancone che mi sorride, come fa con gli altri avventori.

No, nella realtà è impossibile, è come una maledizione. Sono condannata a ripetere sempre gli stessi gesti, le medesime azioni. Ogni giorno, tutti i giorni.

[descrizione gif: una persona che corre replicata più volte fino a rappresentare una folla che corre in un loop infinito]

Il panino era proprio buono, come sempre. Prendo sempre questo, manco a dirlo. Lo finisco e bevo qualche sorso dalla mia bottiglietta d’acqua. Mi serve il mio surrogato del caffè. Entro in un altro bar: il bar del caffè. Perché c’è il bar del panino e quello del caffè naturalmente. Non sarebbe concepibile invertire le cose o accorpare le due azioni in un unico bar. Prendo il decaffeinato, stessa gestualità, stessa mimica, stesse reazioni stranite. Schizzo via sempre in fretta, che tanto ho pagato prima di consumare.

Mi avvio a passi veloci alla mia panchina preferita per mettermi a leggere nella mezzora residua di pausa.

Cazzo! Panchina occupata. L’ho eletta apposta a mia panchina preferita perché sta appartata, tra due aiuole, nascosta dagli alberi e dalle siepi non potate. I rami delle siepi invadono molto dello spazio, fino a rendere quasi invisibile la panchina e possibile solo ad una persona per volta sedersi. Invece l’hanno potata sta cavolo di siepe!

Maledetto decoro urbano! Non la potano da mesi e proprio oggi dovevano farlo?

Sento l’agitazione salire, sedersi accanto al tizio lì seduto non se ne parla. Le altre panchine sono occupate, da altrettanti panchinari solitari. Cambio strada in preda all’irritazione.

Faccio avanti e indietro un paio di volte, sperando che nel frattempo qualcuno schiodi via. Ma nulla.

Mi rassegno, guardo l’ora, fra dieci minuti devo essere al lavoro. Mi avvio sulla strada del ritorno, sconsolata.

Mi avrebbe dato il carburante per arrivare fino a stasera.

Sento le batterie interne estremamente scariche e la mia andatura è ancora più lenta e stentata del solito.

[descrizione gif: batteria esaurita la cui unica tacca lampeggia di rosso. Sotto il simbolo di una spina e di un fulmine a rappresentare la ricarica]

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Scritto da Tiziana - Maggio 18, 2019 - 934 Views

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