Roccia “franabile”
Le Cronache del Bradipo

Roccia “franabile”

Notte senza sogni. Mi sveglia il trillo insistente della sveglia impostata sul cellulare.

Sono proprio crollata, caspita!

Non mi succedeva da tempo. Subito il toc toc alla porta, mi riporta alla memoria che ho promesso ad una persona appena conosciuta, di portarla in macchina dall’altra parte della Sicilia.

Ho ancora gli occhi impastati dal sonno, mi alzo con l’agilità degna di un festival dell’osteoporosi, mancando le infradito.

Chiudo gli occhi e inspiro un attimo prima di aprire la porta. E faccio bene a fare scorta d’aria, perché la slavina mi si scaraventa addosso stritolando le mie membra ancora assonnate.

<<Buongiornoooo! Come hai dormito? Io benissimo! Sono stata al bar. Tieni, ti ho portato un paio di cornetti e un caffè. Hai già tutto pronto? Ma sei ancora in pigiama! Vai a vestirti forza!>>

Decisamente molte più esclamazioni di quelle che avrei potuto tollerare normalmente, in qualsiasi altro momento della giornata. La mattina no. La mattina, devi farmi svegliare lentamente, col mio ritmo da bradipo. Devo carburare con calma. Ho sempre litigato col mondo la mattina, anche per il solo semplice respirarmi accanto. Basta, sono pronta a perdere la pazienza.

Ma alzo gli occhi e Chiara è lì, con un sorriso disarmante.

E allora niente, mi incazzerò la prossima volta.

Penso rassegnata.

Porto i vestiti in bagno, mi faccio una doccia e mi vesto, mentre lei è sempre di là che parla. Anche se non la sento affatto sotto il getto dell’acqua e dopo, col phon acceso. Poi non sento più nulla e allora esco dal bagno, quasi preoccupata. Non c’è nessuno in camera, ma la finestra è aperta. È di fuori a fumare.

Per avere un po’ di silenzio, devo farle mangiare dei dolci o indurla a fumare. Entrambe le cose, non sono proprio salutari e mi rimprovero di essere una stronza ad averle pensate.

Prendo un cornetto dal pacchetto ed esco anche io fuori in balcone, pronta ad espiare tutto il mio sarcasmo. C’è una meravigliosa calma mattutina, l’aria è fresca, gabbiani in volo sopra i tetti, le rondini volteggiano. Il cielo, di un gradiente rosa-turchino sovrasta l’azzurro luccicante del mare.

Il fruttivendolo alza la saracinesca canticchiando. Mette fuori dal furgone le cassette cariche di frutta e verdura appena ritirate al mercato, apostrofando il suo aiutante con un secco: “scimunito!” Perché ha appena fatto cadere una pila di cassette vuote, rompendone alcune.

Sopraggiunge il camioncino della nettezza urbana, a caricare i sacchi della raccolta differenziata, calati lungo delle corde appese ai balconi. Un asinello con due grosse ceste di vimini sulla groppa, accompagna lo spazzino. Un signore esce di fretta di casa, infilandosi in auto e partendo con una rumorosa sgommata.

Prendo l’ultima sorsata di caffè, recupero borsa e zainetto, le chiavi della macchina e faccio cenno a Chiara se è pronta ad andare.

<<Siiiiiiiiii!!!!! >>

Prende le sue cose, sbatacchiandole un po’ contro il muro, un po’ contro lo stipite della porta.

Nell’androne c’è il signor Beppe in “fervente” attività, spazza il pavimento. Saluta con una flemma snervante persino per me e ci apre la porta cavallerescamente. Facciamo cinque metri fino all’auto e carichiamo le borse nel bagagliaio.

Avvio il motore e parto, chiedendomi ancora una volta che cavolo sto facendo.

<<Posso accendere la radio? >> – mi chiede

<<Si>>  – rispondo.

…Você me apareceu

Você me apareceu

Fez o tudo virar nada

E vice-versa

Fui submersa…

Apriamo i finestrini e sembra arrivata l’estate. Li richiudiamo subito perché faccio presente, soffro di cervicale.

Imbocchiamo l’autostrada Palermo-Catania, credo la più struppiata(1) d’Italia. Viadotti crollati, altri in procinto di fare altrettanto, giunti voragine, sensi unici alternati, chilometri di deserto assolato. Campi di grano e verdi prati si arrampicano lungo colline scoscese. Qualche albero solitario, ulivi, corsi d’acqua semi prosciugati, scorrono a rivoli lungo i sassi bianchi sotto ai piloni dei viadotti. Frane, terreni argillosi e poi colline e ancora colline, ad incorniciare da lontano l’imponente sagoma dell’Etna. Un filo di fumo si distingue appena, confondendosi tra le nubi.

(1) martoriata, distrutta

La radio fa ancora da sottofondo:

…who can say where we’re going

no care in the world

maybe I’m learning

why the sea on the tide

has no way of turning…

Chiara è entusiasta del paesaggio

<<Benvenuta in terronia!>> – esclamo

Si fa una grossa risata, sbattendo il palmo delle mani sulle ginocchia.

<<È davvero bellissimo! Proprio la Sicilia che ti aspetti di vedere! Il grano, il cielo, la terra! È veramente una gioia per gli occhi!>>

Ancora troppe esclamazioni – penso sorridendo tra me e me.

Le nove del mattino, il sole comincia a farsi cattivo. Si riflette contro l’asfalto scolorito e usurato, ferendo gli occhi. Afferro il cappellino che ho lasciato a portata di mano e lo indosso calcandolo bene sugli occhi. Ho le spalle contratte, il collo rigido. Sono tesa, tremendamente. Penso che domani devo essere al lavoro. E devo decidere. O trovare una scusa con Chiara e tornare indietro, oppure trovare una buona spiegazione per il mio capo e a casa. Ho mal di stomaco.

Penso che ho parecchie ferie arretrate:

Potrei chiedere qualche giorno, in fondo mi assento raramente dal lavoro.

Quasi quasi spengo il telefono

Non ho voglia di mettermi a dare spiegazioni a mezzo mondo. Voglio continuare ad andare senza sapere dove, né cosa sto facendo. Non l’ho mai fatto. È ora di farlo.

Nel frattempo Chiara manda decine di messaggi, poi una chiamata. È sua mamma. Le risponde con tono gioviale, raccontandole di me, illustrandole le tappe del viaggio e la nostra posizione. Sperticandosi in descrizioni entusiastiche sul paesaggio. Poi saluta:

<<ciao, ciao, ciao, ciao…>> – sorridendo.

<<sta strada è eterna!>> – dico

<<Vuoi che guidi io? Magari ci fermiamo ad un autogrill. Ma non vedo indicazioni.>>

<<superato l’ultimo che abbiamo incontrato subito dopo l’entrata in autostrada, il prossimo è quasi vicino a destinazione>>

<<cazzo!>>

<<benvenuta in terronia!>>

<<Dovrò fare degli esercizi di meditazione per non pensare alla pipì. Non parliamo di liquidi ti prego!>>

Mi metto a ridere, chiedendomi se il problema sia la pipì o il desiderio di fumare. Siamo in viaggio da due ore, comincio a sentirmi davvero stanca. Cerco di rilassare le spalle e il collo, facendo delle rotazioni. Sento qualche scricchiolio, quindi le ossa ci sono ancora.

Socchiudo gli occhi, ed indosso un secondo paio di occhiali da sole che ho pronto nella tasca laterale dello sportello.

Specifico che la luce mi dà molto fastidio, per giustificare la bizzarria di due paia di occhiali da sole sul naso.

<<Lungi da me giudicare strano un qualsiasi comportamento. Chi è senza peccato… ma mi hai osservata?>>

<<Si, in effetti si>> – dico ridendo

<<Sono abbastanza fuori dagli schemi, per usare un eufemismo. Tranquilla, puoi anche metterne tre o quattro di occhiali, basta che vedi la strada però!>>

<<si si, la vedo>> – rido.

Sopraggiunge una galleria chilometrica. Sollevo il primo paio di occhiali e scivolo in avanti lungo il naso, il primo

<<Sei sicura di vedere la strada adesso?>> – dice scoppiando a ridere

<<In effetti, non si vede molto>>

Le luci sono quasi tutte spente. C’è un faretto acceso ogni tre, il tetto è fatiscente ed annerito dai gas di scarico delle auto. Dopo qualche minuto finalmente si intravede un puntino luminoso, usciamo alla luce. Troppa luce.

Dopo chilometri di viadotti malmessi, ecco apparire come un’oasi l’indicazione che aspettavamo.

<<Siamo quasi arrivate, che bello!>>

<<Si, finalmente!>>

<<Ecco tra due chilometri c’è l’area di sosta, alla mia vescica piace questo elemento>> – dice saltellando sul sedile – <<no, forse è meglio non sbatacchiare troppo la mia povera vescica stracolma>> – e ride.

Ci fermiamo, visitiamo il bagno e poi ci fermiamo al bar. Sono in debito di glucosio, devo mangiare qualcosa per riequilibrare il mio solito livello di schifezze nel sangue.

Prendo della cioccolata, un cornetto e un succo d’arancia. Mangio alla velocità della luce, sentendomi subito meglio. Comincio a diventare iperattiva, forse ho esagerato con gli zuccheri. Ma poco male, dovrò sostenere ancora qualche chilometro. Per non parlare della camminata che ci aspetta in mezzo ai crateri e alle chiacchiere! Che però, sembra quasi siano diminuite. L’imbarazzo che spesso suscita il silenzio tra persone costrette a dividere uno spazio piccolo come l’abitacolo di un’auto, è durato poco.

O mi sono semplicemente assuefatta o è diventata più silenziosa. – Penso.

Usciamo fuori, Chiara è alla seconda sigaretta, io mi siedo all’ombra godendomi la gradevole temperatura. Accendo il telefono per vedere sul navigatore la strada da seguire. Attivo il percorso e la voce automatica comincia a dire senza sosta di imboccare l’autostrada.

<<Lo abbiamo capito, ti stai portando la testa navigatore!>>

Chiara si mette a ridere. Butta il mozzicone e saliamo in auto. Manca ancora qualche chilometro. Dobbiamo salire parecchio e da quello che mi pare di ricordare, ci sono parecchi tornanti.

Tornanti e pietra lavica, il paesaggio è lunare. Il nero, si alterna al rosso bruno tendente al marrone. A differenza del tragitto in autostrada, incontriamo tante auto che salgono assieme a noi. Dietro di noi un paio di pullman. Cerco di barcamenarmi come meglio posso con le curve, per non aumentare la fila già consistente alle nostre spalle. Ma non eccello nella guida spericolata. Non eccello nella guida in genere.

Finalmente arriviamo ad un grande piazzale, con tante vetture in sosta. Parcheggiamo, Chiara si scaraventa fuori dall’auto, saltellando incontenibile. Non ha fatto altro che dire “che bello, che bello, che bello” per tutta la salita.

È contenta come una bimba e se ne accorgono tutti nei dintorni.

<<Guarda lì quel cratere tutto ricoperto dagli alberiiiii!!!!! E guarda lì quello! Sembra di essere su di un altro pianeta! Grazie, grazie, grazie.>>

Mi abbraccia di nuovo sbatacchiandomi avanti e indietro. Poi mi lascia, comincia a correre urlandomi di seguirla.

Prendo lo zaino, la bottiglia d’acqua e la seguo cercando di tenere il passo. Siamo ai piedi di un imponente promontorio che culmina in un cratere. A delimitarlo, un sentiero. Ci accodiamo alla gente in cammino verso la cima. L’andatura di Chiara rallenta un po’. Per via della salita e del terreno fortemente sdrucciolevole. Basta mettere un piede in fallo e si caracolla giù, trascinandosi dietro centinaia di sassi. Ogni tanto dietro di noi qualche pietra rotola giù, scontrandosi con altri frammenti di lava, emettendo uno strano rumore. Più saliamo, più l’andatura rallenta. Ci siamo portate delle giacche a vento che indossiamo, perché adesso anche se siamo al sole, la temperatura è molto diversa rispetto a poco prima.

Ogni tanto, incrociamo qualcuno che torna indietro, notiamo che fa ancora più attenzione nel camminare.

Pregusto giù parecchie culate al ritorno – ridacchio tra me e me.

Ogni tanto ci fermiamo, prendiamo una sorsata di minerale e ci voltiamo indietro ad ammirare estasiate il paesaggio ai nostri piedi. Il sentiero si assottiglia, siamo in cima al cratere inattivo da molto ormai e avanziamo lungo il ciglio. Arrivando finalmente sul punto più alto.

Prendo una boccata d’aria più grande che posso, poi un’altra e un’altra ancora. Mi sento bene.

the Fallen
“qui la roccia è tutta franabile”

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Scritto da Tiziana - Agosto 5, 2019 - 238 Views

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