Sono una persona normale.
Manuale di Sopravvivenza per Bradipi in Antartide

Sono una persona normale.

Qualcuno potrebbe avere qualcosa da obiettare, notando in me mille stranezze. Ma io in realtà io sono normale.

O meglio, le mie stranezze, non sono dovute agli sforzi di classificarsi nel novero delle persone, che vogliono apparire alternative a tutti i costi. No, a me viene tutto naturale così, come sgorga dalla sorgente.

Non ho piercing, tatuaggi, non ho i capelli dal taglio o dal colore eccentrico. Posso apparire una persona assolutamente nella norma, quasi invisibile nella sua grigia monotonia.

I gesti, sempre gli stessi, i vestiti dai colori identici. Grigio e blu, con qualche rara comparsa del nero. Le strade percorse, sempre le stesse, il cibo sempre quello, con poco sale, pochi intingoli, pochi grassi (tranne la nutella).

Stesso discorso per la musica. Se si potessero consumare le tracce mp3 ne avrei consumate alcune irrimediabilmente. Vado alla scoperta di nuova musica a periodi e poi la ascolto a ripetizione per ore, per mesi. È molto rassicurante.

Rispondo sempre negli stessi modi, sono molto prevedibile.

Se mi offrono qualcosa rispondo “no”, se mi chiedono un favore, sempre “si”. Mai imparato ad invertire le due cose.

Prevedibilità potrebbe essere il mio secondo nome. Tutto questo è molto normale. Normale ai limiti del patologico credo. Perché sembra che il mondo intero in tutte queste cose non tenda ad essere prevedibile, che si perda in un mare di stranezze e incongruenze. Chi non si contraddice? Come diceva Withman:

“contengo moltitudini”.

Moltitudini... di cazzate

Per cui ogni cosa può contraddirne un’altra, ogni pensiero essere altrettanto valido di un altro e degno della medesima considerazione. Ma non si tratta proprio di questo, le incongruenze del mondo, forse sono semplice imprevedibilità.

In pochi conservano abitudini perché le trovano rassicuranti, ancora meno gente vi si aggrappa come ad un salvagente per non annegare. Le abitudini sono noiose, ma come si fa a farne a meno?

Quindi, per fuggire a quella noia, tutti ad inseguire la novità, l’eccentricità. Tutti a cercare di apparire unici, speciali. Perché questo taglio, questa maglia, questa auto…

Che rappresenta? Qualcosa che si è? O qualcosa che si ha?

Siamo pieni di cose che abbiamo, perfino il nostro nome non “è” ma lo abbiamo o meglio, qualcuno ce lo ha affibbiato. Ci rappresenta davvero? Quasi mai.

Chi ti guarda da vicino, se solo glielo permetti, deve vedere normalità. Mai fare avvicinare qualcuno tanto da scavare e vedere la stranezza che si annida anche in te. L’unica stranezza socialmente accettata, è quella di superficie. Quella è un divertente diversivo.

Già il solo permettere a qualcuno di accostarsi a te e scoprirsi tanto da farsi vedere dentro, rendersi vulnerabili, è visto come un’imperdonabile debolezza. Fa paura. Non so perché. L’interiorità fa paura. Forse perché è lì che si nascondono tutte le nostre “follie”, piccole e grandi.

“Follia” è una parola che fa paura. Prima non era così. In antichità il folle, era capace di vedere, quello che gli altri non potevano nemmeno immaginare.

La “magia” della follia è stata istituzionalizzata all’interno di rigide classificazioni diagnostiche.

I “folli” rinchiusi, sedati, esclusi. Fuori da qualsiasi tentativo di integrazione. Anche volendo non si può.

Come si fa ad integrarsi in quello che percepisco come incongruenza continua, come follia vera. Una realtà fatta di schegge impazzite.

Io sono normale e voi siete tutti folli (in senso buono).

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Scritto da Tiziana - Maggio 11, 2019 - 176 Views

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