“L’Empatia autistica” non è una contraddizione
Vita da Bradipo

“L’Empatia autistica” non è una contraddizione

L’empatia, è quella capacità innata che ci fa sentire ciò che un’altra persona sente. Se una persona ci dice di sentirsi triste, ci sentiamo tristi a nostra volta e avvertiamo l’esigenza di consolarla o aiutarla in qualche modo.

Esistono due tipi di empatia in realtà. L’empatia cognitiva e quella affettiva.

L’empatia cognitiva, è il processo consapevole di immaginare sentimenti/emozioni di altre persone e di capire come le nostre azioni possono influenzarle. Consiste in quell’attività di raccolta e interpretazione di indizi, espressioni facciali e altri segnali non verbali, per immaginare e comprendere gli stati emotivi altrui .

L’empatia affettiva, è la capacità inconscia ed innata di sentire quello che gli altri stanno provando. O la capacità di sperimentare reazioni affettive per le esperienze degli altri.

Quindi per provare empatia devi:

  • Prima accorgerti che qualcuno sta provando qualcosa, prestando attenzione a tutta una serie di segni esteriori.
  • Interpretare questi segni, per capire di che stato d’animo si tratti. Cosa che potrebbe non essere semplice per chi ha spiccati problemi di alessitimia.
  • Poi si entra in risonanza, sentendo quello che prova l’altro.
  • Infine, si produce una risposta, mettendo in atto una serie di condotte sociali comunemente condivise. Anche questo potrebbe non essere semplicissimo, perché tali convenzioni potrebbero non essere percepite come importanti, condivise, comprese o conosciute da una persona autistica.

Possiamo allora apparire freddi o insensibili, non facendo ciò che gli altri si aspetterebbero da noi o come se lo aspetterebbero. Potremmo sconcertare, ma vi assicuro che è uguale per me. Le persone possono essere imprevedibili e sconcertanti. Non rispondono mai come ci si aspetterebbe, nonostante tutti i ragionamenti e la logica messi in campo per capirci qualcosa.

Negli anni, ho sviluppato una specie di intuito e mi sono lasciata guidare da esso. Posso accorgermi che qualcosa è cambiato in qualcuno, posso indovinare che quell’occhiata è strana, che quella parola voleva intendere altro, che delle intenzioni non siano proprio limpide… ma non sono mai certa di cosa si tratti in realtà e se si tratti di mie paranoie o meno. Allora ci ho rimuginato sopra all’infinito per cadere infine in un loop di depressione:

Ma perché sbaglio sempre qualcosa?!

Da un po’, ho imparato a chiedere (anche a costo di provocare liti e allontanamenti), o a fregarmene altamente (cosa molto più sana e rilassante).

Tanti autistici raccontano di sperimentare un’empatia affettiva talmente straripante, da estenderla anche ad oggetti inanimati. Ecco allora l’inspiegabile affetto per un ombrello rotto, per l’etichetta di un peluche, per una vecchia auto scassata. Mi è capitato di sentirmi sommergere dalle emozioni altrui e di avere difficoltà ad elaborarne l’intensità, a distinguerle dalle mie. Di sentirmi quasi senza pelle. Tutti questi stimoli sommati, possono portarmi al sovraccarico o ad una forte ansia.

Il mio ex luogo di lavoro, era talmente pervaso d’ansia, da sentirla all’entrata, come un muro. Ma anche ambienti ben più piacevoli mi hanno mandata in tilt.

Questo non è affatto sano, non mi ha fatto bene in passato e ho faticosamente cominciato a costruirmi dei confini attorno. All’inizio è stato arduo, mi sono sentita crudele, senza cuore. Poi ho capito che farsi fagocitare non è un bene per nessuno.

Perché allora sembriamo freddi? E se fosse un semplice problema di comunicazione?

Mi capita di sembrare incazzata nera e invece sto ascoltando musica serena e tranquilla. Posso sembrare triste, o parlare con un tono di voce monotono e apparire annoiata o poco coinvolta, quando invece non è così. Questo può portare la controparte a reagire in maniera infastidita, offesa o altro. E allora vedo solo quel sopracciglio alzato, una reazione poco chiara e senza senso (dal mio punto di vista) e in preda alla confusione, posso dire la cosa sbagliata e apparire stronza o maleducata. Quando invece mi sto impegnando allo stremo per interagire al meglio. Penso inoltre che se ti arriva tutto allo stesso volume potente e hai difficoltà a filtrare ciò che è rilevante dallo sfondo, diventa difficile e sfiancante capirci qualcosa. Ho spesso bisogno di tempo per elaborare.

Ad alcuni ad esempio, potrebbe dar fastidio essere abbracciati e non abbracciare di conseguenza, supponendo che gli altri provino lo stesso. Il medesimo concetto del “trattare gli altri come si vorrebbe essere trattati”, ma declinato da neurologie differenti. I nostri desideri sono diversi, perché vediamo e percepiamo il mondo in modi differenti. Quindi la maniera in cui vorrei essere trattata io, non coincide sempre con quella in cui vorresti essere trattato tu. Questo può portare a non comprendersi.

Riassumendo: se noi abbiamo difficoltà a “leggere” gli altri, anche gli altri potrebbero avere difficoltà a leggere noi.

È acclarato che le persone tipiche, abbiano difficoltà a riconoscere le espressioni facciali degli autistici, perché per loro troppo neutrali o non congruenti con i loro reali stati d’animo. Una ricerca ha evidenziato inoltre, come vi sia difficoltà da ambo le parti nella comunicazione reciproca. Rilevando come il trasferimento di informazioni tra persone neurotipiche e persone autistiche, comporti più difficoltà nella comprensione, rispetto alle occasioni di comunicazione all’interno di uno stesso neurotipo:

“le difficoltà nella comunicazione diventano evidenti solo quando gli autistici interagiscono con persone NT. Non quando interagiscono con individui dello stesso neurotipo. I partecipanti all’esperimento sono stati messi a conoscenza delle diagnosi di autismo dei loro compagni. Questo perché in altri esperimenti in passato si è rilevato come essendo a conoscenza della diagnosi le persone tipiche, si siano impegnate a rendersi utili e a venire incontro. Ciò può far presumere che se fossero stati allo scuro, le difficoltà comunicative sarebbero risultate ancora maggiori. L’esperimento comprendeva un campione di persone con q.i. nella media e verbali. Gli autistici avevano avuto diagnosi in età adulta. Non ci è noto quindi cosa si sarebbe potuto osservare, in un campione comprendente anche persone autistiche con disabilità intellettiva e non verbali.”

https://osf.io/j4knx/

Comprendere e accettare questa “carenza di empatia” reciproca, apre profonde implicazioni, circa il modo in cui l’autismo è stato concepito fino ad ora e potrebbe contribuire al modo in cui gli autistici sono supportati. Per i professionisti, insegnanti… che interagiscono con le persone autistiche, essere consapevoli di questa difficoltà comune, potrebbe contribuire a diminuire questo gap comunicativo.

Lo stereotipo degli autistici poco o affatto empatici, è molto dannoso. Per chi cerca una diagnosi innanzitutto. Mi sono sentita dire da una psichiatra che non potevo essere nello spettro autistico perché stavo piangendo e perché non le sembravo una persona anaffettiva. È limitante, perché se dici di essere autistico, la gente si aspetta di avere davanti una persona incapace di provare amore. Ci vuole un poco di empatia per capire quanto questo tipo di stereotipi possano essere dolorosi, dannosi e impattanti sulle nostre vite. Dire che qualcuno è incapace di provare emozioni, lo disumanizza.

Anche io potrei dire di te che sei poco empatico/a perché non riesci a leggere la devastazione o l’enormità che ho dentro, nascoste dietro un’espressione asettica.

Siete proprio degli insensibili, freddi e anaffettivi!

Scherzo naturalmente (sarcasm mode on)

Penso infine, che tutto ciò dovrebbe far riflettere soprattutto sulla condizione delle persone non verbali e/o con problemi cognitivi. Non parlare, non vuol dire non sentire.

Di seguito, una lista di post su autismo ed empatia:

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Scritto da Tiziana - 7 Marzo, 2020 - 934 Views

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