Che fastidio
Advocacy

Che fastidio

Ritorno dopo uno stop di quasi due anni. I motivi in parte li ho raccontati altrove e riguardano anche il modo in cui stavo vivendo l’attivismo. Oggi ne racconto un altro.

Titolo in alto: “Che fastidio”.

In una scena su sfondo azzurro, una persona con capelli corti azzurri e occhiali, dall’espressione arrabbiata e concentrata, tiene in mano una matita enorme, grande quasi quanto il suo corpo.
Davanti a lei c’è un piccolo animale antropomorfo, simile a un bradipo o procione, con una tuta gialla e un’espressione sorpresa.

La persona sembra “disegnarlo” o riscriverlo con forza, come se stesse intervenendo su di lui.

Il personaggio piccolo dice:
“Ohh… avevo dimenticato cosa si prova ad essere in me! Dove caspita eri finita?!”

La scena comunica il ritorno improvviso e potente di una parte di sé.
Titolo in alto: “Che fastidio”.
In una scena su sfondo azzurro, una persona con capelli corti azzurri e occhiali, dall’espressione arrabbiata e concentrata, tiene in mano una matita enorme, grande quasi quanto il suo corpo.
Davanti a lei c’è un piccolo animale antropomorfo, simile a un bradipo o procione, con una tuta gialla e un’espressione sorpresa.
La persona sembra “disegnarlo” o riscriverlo con forza, come se stesse intervenendo su di lui.
Il personaggio piccolo dice:
“Ohh… avevo dimenticato cosa si prova ad essere in me! Dove caspita eri finita?!”
La scena comunica il ritorno improvviso e potente di una parte di sé.

Per anni ho provato a tradurre me stessa al mondo. Con il Bradipo ho solo messo tutto su supporto, usando gli strumenti che mi sono congeniali e un registro ironico. Sembrerebbe aver funzionato. In tanti si sono sentiti compresi e il Bradipo ha preso strade imprevedibili. È stato linkato, stampato, proiettato, premiato, imitato.

È stato utile. E di questo sono felice.

Quello che mi ha fatto meno piacere è stato essere spesso depredata purtroppo. Ma fa parte del gioco, mi sono detta.

Se serve a diffondere un’idea differente da quella che ci vede come difettosi, pazienza.

Io non so più cos’è normale
O un’allucinazione
Se sono matta io
Non è che voglia litigare
Ho solo qualche osservazione
Un pensiero mio

Quindi andiamo al dunque. Sabato scorso io e Marvin Visonà abbiamo tenuto un laboratorio su autismo e affermazione di genere.

Ore di lavoro.
Consapevolezze costruite in anni.
Abbiamo scelto di stabilire una donazione minima non vincolante: ovvero nessuno sarebbe stato escluso se non poteva o non voleva donare.

Una scelta faticosa per entrambi, ma fatta perché bisogna cominciare a riconoscere il valore di quello che si fa.

Ed è successo ancora una volta di venire depredati. E allora il dolore, ma soprattutto la rabbia sono riemerse.

Mi imbatto nel post di un professionista:

screenshot del laboratorio.
Volti e spazi privati inclusi, modificati leggermente con Ai, ma presenti.
Senza consenso.

Ma la cosa più grave è che ci siamo ritrovat* a fare lo spot vivente di posizioni radicalmente distanti dalle nostre.

Lo abbiamo detto chiaro alla persona in questione, zero scuse e veniamo pure bloccati entrambi.

Non è che voglia litigare
Ma ho come l’impressione
Di non potermi controllare
E allora te lo dico

Chiamiamola col suo nome:

Non è condivisione,

non è dare visibilità,

non è inclusione.

È appropriazione.

È una dinamica sistematica davanti alla quale non voglio più stare zitta!

Troppo spesso è capitato che abbiano preso, semplificato, stravolto per portare acqua al proprio mulino, rivenendosi parole svuotate per costruirsi autorevolezza.

Di cosa mi stupisco? Esiste un’intera industria dell’autismo che monetizza le vite delle persone autistiche escludendole dal valore che producono.

Che apprezza le nostre posizioni quando fa comodo, ma le giudica “troppo radicali” quando le rivendichiamo.

E allora te lo dico:

Privacy
Se un contesto è protetto (come quello in questione), non lo usi per darti visibilità.

Onestà intellettuale
Non usi le parole di qualcunə per dire quello che ti conviene.

Lavoro
Il tuo è lavoro (in un ambiente sempre più competitivo me ne rendo conto), ma anche il nostro tempo, studio, strumenti, competenze lo sono.

Eh, si, in un mondo in cui ancora troppe persone autistiche vengono escluse dal mondo del lavoro, questa cosa pesa ancora di più. Andare ai colloqui, trovare gente entusiasta che sparisce magicamente quando scoprono che sei autistica.

Sfruttare il nostro lavoro mentre parli di “inclusione” è ipocrisia.

Inoltre, per chiarire il mio pensiero a chiunque voglia divulgarlo in futuro:

L’ABA non è etica.
Non ne esiste una versione etica.

Se hai capito questo dalle mie parole, non hai capito niente!

Se usi le mie parole per sostenerlo, le stai manipolando.

Primo piano della persona con capelli grigi, visibilmente arrabbiata: occhi stretti, bocca aperta mentre parla, del fumo le esce dal naso come segno di rabbia intensa.
Il Bradipo fuori campo dice:
“Sì, ma la mia funzione qui quale sarebbe?”
(Dal fumo esce una piccola frase ironica:
“Se vuoi te lo ripeto”)
Tiziana risponde:
“Devi aiutarmi con una cosa”
In basso, una nota scritta a mano:
“La mia prole ha trovato questo disegno molto somigliante: ‘Mamma è uguale a quando ti arrabbi’”
La vignetta mescola rabbia, ironia e auto-consapevolezza.

Se vuoi te lo ripeto:

  • non autorizzo l’uso del mio lavoro per approcci pro ABA o normalizzanti/patologizzanti
  • non autorizzo l’uso distorto delle cose che dico
  • se le usi per lavoro o profitto, costruendoci sopra intere formazioni a pagamento, chiedi, riconosci, lascia un contributo.

Alle persone autistiche a cui è successo dico:

parlatene.
Nominate questa dinamica.

Perché funziona finché restiamo zitte.

Io continuerò a fare qualsiasi cosa sia quello che sto facendo.

Ma non sono una risorsa gratuita.
E non sono il vostro alibi inclusivo.

Titolo in alto: “Che fastidio”.
La scena mostra i due personaggi di spalle, in piedi su due scale a pioli.
Entrambi stanno lavorando per cambiare il titolo:
usano martello e cacciavite per modificare il titolo della vignetta in alto.
La scena comunica azione condivisa, trasformazione, presa di controllo.

Da oggi:

  • se ti serve prendi pure a beddu cori. Stampa, diffondi pure liberamente;
  • Se sei unə professionistə e ti serve, prendi liberamente ma non depredare, non stravolgere (sono contenta e fiera di collaborare con moltə professionistə);
  • Se ti serve per costruire formazioni a pagamento, chiedi e lascia un contributo anche per chi non può.
  • Se ti serve e vuoi usarlo a sostegno di posizioni in antitesi con quello che dico, NON SEI AUTORIZZATO. NON SEGUIRMI NEMMENO PIÙ. IO E TE SIAMO INCOMPATIBILI. SCIO’!

L’etica non è un’opinione.
È il minimo.

Ma sono matta io
Ma sono matta io
Ma sono matta?

NO!!!

Titolo in alto: “Mi sono rotta il cazzo”.
Primo piano dei due personaggi con occhi enormi, lucidi e brillanti, in stile volutamente esagerato e quasi infantile.
Intorno a loro compaiono frasi che rappresentano voci esterne o stereotipi:
“Disregolazione emotiva!!!”
“Questi disegni fanno cacare”
“Hai detto ABA?”
Il personaggio principale dice:
“Lo so! Non avevo tempo! Mi appello alla tenerezza autistica.”
L’altro aggiunge:
“Ma hai 50 anni!”
La vignetta mescola ironia e critica: mostra giudizi esterni ridicolizzati, mentre i personaggi rispondono con sarcasmo e consapevolezza.

Il mio lavoro è per tutti, è libero, ma se apprezzi quello che faccio e vuoi sostenermi clicca il pulsante qui sopra.

Scritto da Tiziana - Marzo 26, 2026 - 216 Views

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