Jodellavitanonhocapitouncazzo
Per tanto tempo mi sono nascosta dentro a un rifugio colorato e bellissimo: la mia mente.
Ho passato l’adolescenza provando a rapportarmi con gli altri e fallendo. Sperimentando bullismo (anche quello di certi “adulti”), rifiuto, umiliazione.
Chiunque si sarebbe nascosta in un mondo di sogni e fantasticherie.
Per anni me ne sono fatta una colpa. Ho incolpato la Tiziana adolescente che non era riuscita a inserirsi, che non aveva un gruppo di amici come tutti gli altri coetanei. Che si sentiva male in certi posti non capendo il perché e che (a quanto pare) sbagliava sempre la cosa giusta da dire.
Ma non c’era una cosa giusta o sbagliata, temo.
La mappa
Negli anni, per sopravvivere a tutto questo, ho sviluppato un sistema raffinatissimo. Mi rendo conto solo ora quanto.
Io noto tutto. La mia mente prende tutto quello che succede in una stanza, lo cataloga e gli dà un significato. Sì, perché anche l’insignificante ha un significato. Fatto questo, mette in moto una catena di inferenze infinite:
“lei/lui ha detto, ha fatto, allora vuol dire X”
“io ho detto, ho fatto, allora provocherà la reazione Y”
“lei/lui ha risposto, ha reagito, non ha reagito, ha fatto un micromovimento facciale, ha distolto l’attenzione…”
Una catena infinita, sfinente, autodistruttiva.
Questo non è pensiero arborescente. È pensiero preveggente. Che a volte ci azzecca, altre invece, non ci capisce una m1nchi@.
In questo momento qualcuno molto studiato starà pensando:
Ovvio, sei autistica. Gli autistici non capiscono i segnali sociali
(leggi con la voce studiata)
Ecco, voglio dire chiaro che non è vero che non capisco i segnali sociali.
Li vedo tutti, e li interpreto pure correttamente. Vedo pure quelli a cui probabilmente non si dà importanza, perché non hanno significato.
Non c’è un manuale
Ho sempre pensato che il problema fosse mio. Che da qualche parte esistesse un manuale di funzionamento e io non ne avessi ricevuto copia.
Ma non è così.
Non c’è un manuale, non c’è un modo giusto. Ci sono sistemi mente-corpo che funzionano in modo differenti.
In alcuni di essi, a monte della percezione cosciente, lavora un filtro. Un filtro anche culturale, costruito in millenni di cervelli che sono maggioranza e che in qualche modo si sono “messi d’accordo” su cosa entra e cosa invece resta fuori. Quello che resta fuori non è che viene “ignorato”, proprio non arriva. Non diventa mai informazione da elaborare.
in altri sistemi, questo accade in un altro modo. Entra tutto, tutto insieme, allo stesso volume.
Lo diciamo sempre parlando di luci, di suoni, di stoffe sulla pelle. Si dice molto meno o affatto, per le relazioni.
Una stanza piena di persone non è solo rumore acustico. È rumore di sguardi, microgesti, silenzi, tensioni, sorrisi smezzati, memorie. Tutto alla stessa intensità.
Se qualcunə ai margini di una stanza, al bordo del mio angolo visivo, fa una cosa qualsiasi, io non solo lo noterò, ma darò il via al ballo delle supposizioni. Teorie fantastiche e dove trovarle
Un’altra persona probabilmente, non avrà notato niente. Per lei non sarà proprio un’informazione da considerare, non si attaccherà al suo stato d’animo, non influenzerà come parlerà nei dieci minuti seguenti.
Il mio cervello oltre a dare un significato a tutto quello che riceve, combatte con i fantasmi dei fallimenti sociali passati contemporaneamente.
Tutto insieme. Mentre dico ciao, mentre sorseggio qualcosa, mentre provo ad avere una faccia che non sia truce, annoiata o indifferente di default.
Ecco da dove arriva la mappa.
Non era un vezzo. Era la risposta coerente che un sistema come il mio poteva dare a quel carico lì.
La centrifuga
Dentro giro a tremila, sempre, in ogni momento. Fuori sembro ferma, imperturbabile.
Io leggo l’altro in maniera iper accurata, e nel frattempo l’altro sta leggendo me: che ho una faccia che molto probabilmente in quel momento dice qualcosa di completamente diverso da quello che sento. Un’asimmetria che nessuno considera mai.
In alcuni contesti questo sistema collassa più che in altri.
Memorie antiche non si affiancano ai dati del presente, li sovrascrivono! È come se informazioni di venti, trenta anni fa entrassero con lo stesso peso di quello che sta succedendo adesso, e il sistema non riuscisse a distinguerlo.
Per assurdo mi ritrovo a sperimentare una cecità dentro l’abbondanza di particolari.
Io vorrei i bastoncini
Questa l’avevo disegnata parecchie vite fa, un po’ per gioco, un po’ sul serio.
Una parte di me la vorrebbe davvero una guida così. Omini coi bastoncini fosforescenti, gesti univoci, nessun codice da decifrare. Un braccio su e vuol dire una cosa e basta.
L’altra parte sta prendendo per il culo se stessa e il fatto che tutto il codice sociale implicito, quando lo rendi esplicito, smascherato da un effetto straniante, suona assurdo quanto un omino in giubbotto fluorescente che ti fa un gesto per dire:
“in realtà non esisto, sono un parto della tua fantasia”.
E infine un’altra parte di me ancora (si siamo in tanti qui dentro), sta dicendo una cosa molto semplice: se ognuna di noi avesse avuto quei bastoncini in mano, io e tanti altri non avremmo dovuto passare la vita a disegnarci le mappe in testa.
Io ti assolvo
Assolvo la Tiziana adolescente. Perché ha fatto un lavoro immane, ingegneristico, di autosservazione, rasentando la chirurgia sociale. La assolvo perché oggi mi rendo conto di quanta energia ci sia voluta per reggere questo sistema.
E tanta più ce ne vuole oggi per smantellarlo.
Perché di inferenza in inferenza non posso continuare a fare io anche il lavoro che spetterebbe all’interlocutore. Perché la comunicazione non è una faccenda unilaterale.
Allora non sarà più:
Io dico, tu rispondi, io interpreto, io rispondo, tu rispondi, io interpreto, io mi ansio, io psicoanalizzo, io rispondo, mentre ansio, mentre immagino, mentre comprendo tutti i tuoi traumi, mentre analizzo, mentre sento occhi giudicanti addosso, mentre ricordo l’ultima umiliazione, mentre voglio solo scappare dalla stanza respirando forte dentro un sacchetto di carta, mentre un attimo prima ero serena e adesso è bastato un sopracciglio alzato di qualche millimetro (che magari ti sei solo depilata troppo), e sprofondo in un baratro infinito e senza fondo, allora presa dall’angoscia chiedo, verbalizzo, espongo, faccio figure di merda o semplicemente risulto incomprensibile, mentre appaio assolutamente tranquilla ma dentro ho l’urlo di Munch.

No.
Da oggi io mi fermo a: io dico, tu rispondi, io prendo atto.
Il resto è rumore. Il resto non è mio, non mi riguarda, non dipende da me. Il resto lo noto in automatico ma rimane quello che è: dettagli.
I dettagli possono essere meravigliosi. Quando li noti in giro, ti permettono di vedere la bellezza nei posti più improbabili e non potrei vivere in un altro modo.
Però giocare all’investigatore Conan raccogliendoli tutti, è si una strategia di sopravvivenza raffinatissima che mi ha permesso di arrivare fin qui, ma oggi posso anche abbandonarla.
Grazie mappa iper particolareggiata. Grazie rifugio fantastico. Oggi proviamo a fare qualcosa di differente, perché è tutto troppo stancante e c’abbiamo una certa.
Non mi serve tanta gente
Comunque si vogliano giudicare i miei esperimenti sociali, mi sono serviti a capire anche un’altra cosa. La socialità che per anni mi sono sentita in colpa di non avere, io non la volevo. O almeno, non in quei termini.
Non mi serviva tanta gente, né aperitivi, o locali affollati.
Ma persone, connessione.
Non tutti vogliono o hanno bisogno di riempirsi di gente. Ad alcune persone basta un pomeriggio, una serata, ed essere viste per davvero.
Un messaggio a reti unificate
Abbiamo rasentato un grado di pikkolo angelicità troppo elevato. Quindi riportiamo la cosa a livello del turpiloquio.
Voglio urlare forte una cosa al mondo (a prescindere dal neurotipo) e a me stessa soprattutto:
Basta! Non siete un cazzo di enigma da risolvere.
Il mio lavoro è per tutti, è libero, ma se apprezzi quello che faccio e vuoi sostenermi clicca il pulsante qui sopra.








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