Shutdown
Manuale di Sopravvivenza per Bradipi in Antartide

Shutdown

Lo Shutdown, come il Meltdown, è una risposta fisiologica, protettiva e involontaria del corpo che si attiva in seguito all’accumularsi e al combinarsi di troppi stimoli. È una risposta implosiva, avviene dentro, quindi potrebbe passare inosservato ed essere scambiato per: tristezza, depressione, stanchezza, malumore… Ma non è nulla del genere, non è neanche lontanamente paragonabile.

[Descrizione immagine: bradipo su sfondo giallo, con velo azzurrino e “pallini di avanzamento” sopra come un’immagine in fase di caricamento. La didascalia sotto recita: “Shutting down”]

COME AVVIENE?

Potrebbe capitare nel bel mezzo di una interazione sociale o per strada durante una passeggiata, in un luogo particolarmente affollato. Mi sento disconnessa, come se tutto si allontanasse piano piano. Rimango imbambolata, guardando quello che mi circonda con estremo distacco. È successo parecchie volte a scuola durante le interrogazioni dell’ultima ora, quando ero stracotta. Ricordo ancora, la volta in cui andai volontaria alla cattedra. Alcune compagne mi avevano chiesto poco prima: “hai studiato?” e io annuendo con l’aria di chi la sapeva lunga, risposi: “siii“. Ed era vero, avevo studiato una volta tanto, ma alla prima domanda della prof. rimasi lì a bocca aperta. Non solo non riuscivo a proferire parola, allo stesso tempo, non mi fregava assolutamente nulla di non riuscire a farlo e che probabilmente questo mi avrebbe procurato un bel 2 (come infatti successe). Dopo un paio di domande e la mia espressione inebetita come risposta, la prof mi rimandò a posto piuttosto seccata. Non vi dico le prese per il culo che ne seguirono.

Ho il dubbio persistente, che il mio essere stata praticamente inesistente a scuola, dipendesse dal sovraccarico continuo che questa mi generava. Che non era solo sensoriale, ma anche cognitivo ed emotivo perché ogni giorno dovevo affrontare situazioni che mi facevano soffrire parecchio. Quindi o andavo offline fantasticando per tutto il tempo, oppure andavo in Shutdown.

Me ne ricordo altri di episodi simili. Quella volta in vacanza ad esempio:

Era agosto pieno, in un luogo di villeggiatura disseminato di case bianche, estremamente accecante. Ricordo me sulla sedia a dondolo, al buio, con lo sguardo perso nel vuoto. Non ero triste o depressa, non era successo nulla di particolare, erano solo i postumi di una mattinata in spiaggia. I miei la vedevano a loro modo. Non era successo niente in realtà, ero solo troppo stanca. Tanto da non avere nemmeno le forze di rispondere alle rimostranze di chi cercava di scuotermi.

Non è una faccenda volontaria e anche quando me ne accorgo, non c’è molto che io possa fare in merito, se non aspettare che passi, perché è un impulso fisiologico come avere fame, non è qualcosa dalla quale ci si può semplicemente distrarre.

Alcuni autistici sono più inclini ai Meltdown, altri agli Shutdown e questo potrebbe variare nel tempo e con il mutare delle condizioni e degli ambienti in cui si vive.

[infografica sullo Shutdown (come riconoscerlo, come aiutare). Diviso in 4 riquadri informativi. Riquadro viola: “Letteralmente vuol dire spegnimento. In seguito all’accumulo di troppi stimoli il cervello entra in modalità protettiva e si “spegne”: ci si ritira nel proprio mondo interno per calmarsi”. Nel riquadro azzurro, i segni di Shutdown: “Difficoltà a pensare, parlare; immobilità o ridotta mobilità, sonnolenza, lentezza; si potrebbe non rispondere se chiamati; guardare in maniera distaccata, sentirsi distaccati; rannicchiarsi, accucciarsi; nascondersi sotto coperte, cuscini; bisogno di quiete e silenzio”. Nel riquadro verde si elencano le possibili soluzioni: “mettersi al riparo dai luoghi rumorosi, intensi, allontanare le fonti di stress; evitare le domande o limitarsi a quelle che prevedono un si o un no come risposta; evitare rimproveri, di colpevolizzare; lasciare spazio, tempo, quiete, silenzio.” Nell’ultimo riquadro c’è scritto: “Ricorda gli autistici non sono tutti uguali, ognuno ha i suoi tempi e modalità di recupero. Conoscere e conoscersi aiuta ad evitare futuri Shutdown”]

CAUSE

Uno Shutdown può essere innescato da sovraccarico sensoriale, cognitivo, emotivo. Quindi troppi stimoli sensoriali, troppe emozioni (sia belle che brutte), troppo sforzo cognitivo. Ma anche da troppi impegni, imprevisti, interazioni sociali, richieste ravvicinate e senza la previsione di pause o da troppa ansia. Può essere anche la conseguenza di un Meltdown che lascia emotivamente e fisicamente esausti.

COSA FARE?

Mi risulta molto difficile, rispondere a domande articolate. Rispondo si o no, non riesco a fare di più. Non è scortesia o indolenza, è proprio che non ce la faccio. Quindi sarebbe opportuno, non rivolgere domande o se proprio si deve, sarebbe utile formularle in modo che si possa rispondere con un si o con un no.

Il contatto fisico, lo tollero molto poco durante i miei shutdown. Ma non siamo tutti uguali e questo naturalmente, potrebbe essere diverso per altri. Se non si conoscono già le preferenze della persona in questione, forse sarebbe meglio chiedere se si vuole essere abbracciati o consolati, prima di farlo.

Silenzio e buio, mi aiutano sempre a smaltire. Stare da sola idem. Ma anche questo potrebbe non essere valido per tutti. Quindi mi sento di consigliare di dare supporto seguendo le inclinazioni e le preferenze di ognuno.

Scuotermi, rimproverarmi o dirmi di tirarmi su, non serve a nulla.

Concedere del tempo è sempre una cosa buona e per ognuno i tempi di recupero possono variare.

[Descrizione immagine: Bradipo sonnecchia, mentre ricarica le batterie (è letteralmente attaccato ad una presa per la corrente). Una scritta in alto a sinistra recita: “Re-charge: makes me stupid again”]

Per i bambini, penso sia una buona idea indagare con loro o domandarvi voi stessi, il perché si sia arrivati allo shutdown. Cercando di affrontare le eventuali cause, adattando gli ambienti rendendoli più compatibili alle esigenze sensoriali ad esempio. O intervenendo nel caso ci siano situazioni stressanti a scuola (bullismo, scarsa conoscenza da parte di insegnanti, educatori…). Questo oltre ad evitarlo, aiuta in prima persona un bimbo a costruire una propria consapevolezza, non forzandosi mai oltre un limite che lo porti a star male. Questo è fondamentale e si chiama rispetto di sé.

Sapere cosa fare nel caso si presenti, è altrettanto utile. Se non si può contrastarlo, tanto vale seguire il flusso. In passato, mi sentivo quasi imbarazzata di queste mie “debolezze”. Oggi mi rendo conto che ad essere una debolezza invece, era il fatto di darmi addosso per qualcosa di perfettamente naturale.

Darsi il permesso di essere vulnerabili non è una debolezza, ma penso sia al contrario, un atto di grande coraggio.

Evitare gli shutdown si può, ci si arriva quando si è troppo stanchi per via dell’ambiente non inclusivo nel quale viviamo. Conoscere questi meccanismi aiuta a gestire meglio sé stessi o a capire i nostri cari. Lo sforzo di spiegare è proprio volto a questo. Vorremmo riuscire a far comprendere quanto possa essere importante un ambiente rispettoso delle proprie esigenze e caratteristiche. Perché se qualcosa arriva ad esaurirti tanto da farti “spegnere” allora deve essere proprio dannosa, dolorosa, contronatura.

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Scritto da Tiziana - Giugno 30, 2020 - 919 Views

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