Decostruire
Le Cronache del Bradipo

Decostruire

Quando da bimba andavo in bici sotto casa, mamma si raccomandava sempre che stessi attenta. Che non mi allontanassi. E io non lo facevo. Su e giù lungo la strada senza uscita, fino all’imbocco e lì mi fermavo. Come se ci fosse una barriera invisibile.

A volte arrivando a quel confine, mi sorprendevo a desiderare di andare oltre. Allora immaginavo di rimettere il piede sul pedale e andare.

Dove? Avanti.

Un avanti indefinito.

Ma il mondo era un luogo ostile. Auto rumorose, gente estranea, un sacco di cose che non capivo e che mi facevano paura.

Allora mi fermavo. Rimanevo a respirare quella possibilità di libertà, la annusavo e tornavo indietro.

Poi a un certo punto ho cominciato a sciogliere, a togliere.

Non so esattamente quando sia iniziato.

So solo che non riuscivo più a smettere.

Tanto che ho finito per odiare questa parola:

Decostruire

Penso che tra un po’ ce la ritroveremo tatuata sugli avambracci al posto di “resilienza”. Ce la venderanno sui poster motivazionali, ci faranno i podcast. La odio ma la uso lo stesso perché al momento non ho una parola migliore per raccontare quello che è successo. E perché quello di cui parla non è roba per poster motivazionali.

So soltanto che stavo in una scatola, mi sentivo tutta oppressa e schiacciata. Prima non lo sapevo poi a un certo punto sì. E tutto è crollato.

Oppure l’ho smontato. Boh

Ma tutte quelle macerie in mezzo alla stanza davano un senso di provvisorietà. Un vero cantiere. E noi vogliamo arrivare a destinazione invece, là dove c’è la promessa felicità.

Allora prendo la scopa, spazzo via tutto e ricomincio ad arredare. Con urgenza, con disperazione. Perché è tutto troppo vuoto. Bisognava ricostruire, almeno mettere la prima pietra!

Ma alla fine quell’urgenza mi ha portata a realizzare che decostruire non è demolire per poi rifare tutto da capo. Forse si tratta di togliere strati su strati accumulati nel tempo per tornare a qualcosa che era già lì. O per fare spazio a qualcosa che nel mezzo si è trasformato. Grazie a tutte le cose imparate, gli errori, le persone, gli attriti. Alle parti di te di cui ti sei vergognata.

La libertà vera non somiglia per niente a quella che ci hanno insegnato a volere. È più silenziosa. Più spaesante. Meno fotogenica. Fa molta paura.

Disegno realizzato un paio di anni fa

Perché il lutto per tutto quello che hai tolto ti fa sentire incompleta

Quando in realtà sei alleggerita.

Per forza di cose il vuoto si riempirà. Di nuove esperienze, incontri, cose nuove. Ma non adesso. Adesso si abita, si resta.

Nigredo (realizzato qualche mese fa)

Insieme a tutto quello che crolla vedi anche quello che è rimasto in piedi.

Il sole continua a tramontare.

Gli uccelli cantano.

La calura estiva è tornata dopo un lungo e freddo inverno.

E tutto non sembra più così perso.

Non conosco il percorso.

Non so dove andare.

Viaggio senza meta.

Non capisco le persone.

Fa paura, proprio come allora.

Ma io e Tiziana abbiamo attraversato.

Siamo oltre.

è un altro tipo di orgoglio tornare ad essere se stessi.

Il mio lavoro è per tutti, è libero, ma se apprezzi quello che faccio e vuoi sostenermi clicca il pulsante qui sopra.

Scritto da Tiziana - Giugno 17, 2026 - 599 Views

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