Il racconto di un Meltdown
Manuale di Sopravvivenza per Bradipi in Antartide

Il racconto di un Meltdown

Quando mi sono accorta di essere prossima al crollo, ho potuto osservare di essere molto irritabile, carica di tensione interna, di cattivo umore. Le notti insonni si accumulavano, come l’ansia. Oppure il “dormire, ma non dormire”: ovvero notti in cui fisicamente dormo, ma il cervello continua a “macinare” senza sosta. Quando anche i sogni, diventano uno stress perché è come se li vivessi da sveglia.

I muscoli delle spalle e del collo sono tesi come l’elastico di una fionda. Molti degli stimoli che in condizioni normali riuscirei a tollerare, diventano troppo. Inoltre le pressioni dovute alle incombenze quotidiane improcrastinabili, il dover mascherare in pubblico questo senso di disagio e la stanchezza, non fanno che contribuire all’accumulo. Fino a quando la pressione diventa fisica e si deve scaricare, altrimenti ti romperesti in mille pezzi. O almeno è quella la sensazione.

[descrizione immagine: Due mani che tendono una fionda]

Chi lo osserva da fuori spesso non capisce cosa stia succedendo, fraintende derubricando a capricci. O peggio, il tutto può tramutarsi in tragedia (come purtroppo è accaduto negli Stati Uniti solo qualche giorno fa e per l’ennesima volta). Per questo è importante conoscere, capire e avere più informazioni possibile. Perché nessuno debba più pagare tanto caro un meltdown, quando questo è conseguenza di un mondo che troppo spesso non tiene conto del nostro modo di essere.

Questo infine, è il mio racconto di un meltdown scritto quasi un paio di anni fa:

“Giornata faticosa, troppi stimoli, troppe emozioni. Mi sento una molla, una trappola pronta a scattare. Il vaso è colmo ma non ne sono ancora cosciente.

Dovrei stare sola e in silenzio, ma per un motivo o per l’altro non riesco, non posso, allora il vaso continua a riempirsi. Poi una goccia: l’ultima.

Le tempie pulsano, il battito cardiaco aumenta la sua frequenza, il respiro diventa affannoso. Nulla esiste più intorno, solo quella fonte luminosa, quella persona che chiacchiera, le grida, quella parola di troppo. Quel muro contro il quale scaricare tutta la tua furia. Senza nemmeno sentire dolore (quello verrà dopo). Quel mobile incolpevole e pesantissimo, sollevato come fosse un fuscello.

Ed è come se scorresse rabbia nelle vene al posto del sangue. Una rabbia densa, una lente attraverso la quale vedere tutto il resto. E quando dalle vene arriva al cervello, diventa un velo davanti agli occhi che distorce tutto. E arriva l’odio: per aver capito male una volta di troppo, per essere stata fraintesa una volta di troppo, per essersi illusa una volta di troppo o senza saperne nemmeno il perché.

Le mani continuano a tempestare di colpi quel muro o le guance. Ad artigliarsi attorno ai capelli, tirando, tirando forte. Le parole continuano ad uscire, non ne ricorderò la maggior parte. Cose che forse penso, o forse no, ma escono, escono senza poterle fermare. Sarebbe impossibile e ho l’impressione che se tentassi avrei la peggio, uscendone completamente lacerata, frantumata in mille pezzi irrecuperabili.

Allora fluisce e si scontra contro qualsiasi cosa lungo al cammino, spazzando via tutto. Attorno, occhi increduli e io stessa sono incredula. Ma la seguo quella forza, ne vengo travolta. Mi afferra e mi porta via sbattendo e scuotendo.

Quando la furia si è arrestata, lascia macerie e devastazione intorno, ma soprattutto dentro. Non è una rabbia liberatoria, una piacevole rivalsa. È dire cose terribili a persone che ami, è farti del male, è spaccare cose. È rimanere senza forze.

La stanchezza arriva, prende corpo e mente. Blocca ogni pensiero. Ma non la solitudine, i sensi di colpa e la vergogna. Ancora incredula, arriva anche il dolore per i lividi.

Il cuore batte ancora forte, il respiro lentamente decelera. Intorpidita per ore, per giorni a volte. Tutto tace. Non c’è vento, pioggia o sereno.

È il vuoto. E rimango lì accasciata nel vuoto, abbracciando le gambe, sperando di sparire o di essere dimenticata.

Finisco per dimenticarmi. Ginocchia al petto, cuscini schiacciati contro il viso e sul corpo, per tenere tutto lontano.

Lontana mille miglia, senza voler tornare. Non ci sono, non sono. Così è come se nulla fosse successo. Non sono mai successa IO.

Questa infine è una video infografica sul Meltdown, nella quale ho provato a spiegare in pochi minuti cosa sia, perché arrivi e altro.

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Scritto da Tiziana - Settembre 24, 2020 - 955 Views

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